Correva l’anno 1985 e io frequentavo il secondo anno delle scuole medie in piazza Unità d’Italia. Il professore di inglese usava utilizzare materiali fuori dal libro di testo per insegnarci la lingua. Uno di quelli usati – l’unico che ricordo insieme al testo della canzone “Russians” di Sting – fu un articolo sull’apartheid che raccontava delle segregazione razziale nel Sud Africa e della lotta non violenta che Nelson Mandela e l’African National Congress conducevano. Conservo ancora quel testo. Fu la prima volta che sentii parlare di Mandela e fu la prima volta che il tema del come cambiare il mondo in meglio, attraverso l’impegno personale, mi colpì e mi appassionò. Fu la prima volta che tematiche politiche mi fecero riflettere.

In quell’anno 1985 il presidente sudafricano Botha – contrario ad ogni dialogo con l’African National Congress – proclamò lo stato d’emergenza e non esitò a ricorrere ancora una volta alla violenza per sedare la nuova rivolta a Soweto. In quell’anno 1985 il regime razzista propose a Mandela la libertà purché egli rinunciasse alla sua lotta; ma Mandela rifiutò con una lettera indirizzata al suo popolo nella quale scrisse che “la vostra libertà e la mia non possono essere separate”.

Ricordo che contro l’apartheid in quegli anni si mosse – affiancando il pensiero della comunità internazionale – anche il mondo della musica, che, sulla scia di eventi leggendari come Band Aid (“Do They Know It’s Christmas”) e soprattutto USA for Africa (“We Are The World”), diede vita a Artists United Against Apartheid, un progetto che si proponeva di raccogliere fondi da destinare al problema dell’Apartheid in Sudafrica.

La fine dell’apartheid fu sancita solo nel 1991, con l’abolizione delle principali leggi segregazioniste. Le elezioni del 1994 videro una schiacciante vittoria del partito di Mandela, il quale divenne presidente e capo del governo e guidò la Repubblica Sudafricana in una difficile fase di normalizzazione.

Quel tema, quella vicenda, e l’impegno straordinario di Nelson Mandela, mossero in me un misto di sdegno e di volontà di reagire, che mi portarono a cominciare ad interessarmi di tematiche politiche e di questioni internazionali. Ero giovanissimo, ma evidentemente quei fatti mossero dentro me qualcosa che era solo nascosto e che doveva essere portato a galla.

Ricordo ancora le immagini di quando Mandela venne finalmente liberato, dopo 26 anni di carcere.

Nelson Mandela – Madiba è stato un simbolo straordinario di come il proprio impegno possa condurre a cambiare in meglio il mondo; la sua azione non violenta va affiancata a quella di Ghandi, di Martir Luther King, di madre Teresa di Calcutta: una capacità apparentemente debolissima, ma in realtà capace di sconvolgere la Storia, cambiandone il corso.

Chi “fa politica”, chi si appassiona alla politica, non può non lasciarsi affascinare da figure come quelle di Madiba, che hanno saputo cambiare il mondo, soffrendo ma non soccombendo, anzi: trionfando e diventando leggenda.

Io lo ringrazio per il suo esempio e la sua lezione, che hanno suscitato anche in me il desiderio di dare il mio piccolo contributo positivo perché intorno a noi ci possa essere qualcosa di migliore; ha contribuito a costruire la mia passione per la politica.

Madiba ora riposerà per sempre, ma il suo impegno per la pace, per la fratellanza, per la convivenza civile, per lo sviluppo e la modernità restano una pietra miliare per chi ha fame e sete di giustizia, per chi vene nell’impegno politico la possibilità di cambiare in meglio le cose che intorno a noi non vanno.

Nelson Mandela è senza dubbio una delle figure più luminose del nostro tempo. E grazie a Dio la sua luce continuerà a risplendere anche se ora è morto.

Addio Madiba!