L’11 settembre di 10 anni fa appresi la notizia degli aerei contro le torri gemelle mentre mi trovavo nel mio ufficio in banca: il responsabile del settore finanziario venne ad avvisarmi che prima un aereo e poi un altro erano precipitati sulle twin towers della Grande Mela. Un forte brivido ed una grande apprensione. Poi le notizie dal Pentagono e dalla Pennsylvania. La voglia spasmodica di sapere cosa stava accadendo e rientrato a casa gli occhi incollati alla tv. Ricordo le terrificanti immagini del crollo delle torri. Il dolore per quelle vite spezzate. E l’incredulità e lo sgomento per le rivendicazioni di quei folli gesti.

Credo che ogni persona allora sufficientemente matura ricordi bene dove si trovava e cosa stava facendo quando apprese la notizia che ha segnato il corso della storia dell’ultimo decennio.

Sono poche le date della storia contemporanea che si tengono a mente: alcune di queste, nel nostro Paese, divengono nomi di vie e piazze; per l’11 settembre non sarà così, ma la data sarà certo ricordata a lungo anche in Italia, come in tutto il mondo occidentale.

Quegli eventi infatti hanno dato il via ad una serie di guerre e guerriglie – sia militari che culturali – che hanno lacerato l’assetto geopolitico del pianeta ed hanno minato gli standard di sicurezza che le nostre vite avevano raggiunto.

Ognuno di noi oggi si inchina davanti alla memoria delle quasi 3.000 vittime di quegli attentati, in gran parte cittadini statunitensi ma anche stranieri provenienti da 70 diverse nazioni: donne e uomini innocenti, vigili del fuoco e poliziotti accorsi in aiuto, tutti sacrificati per un disegno politico criminale e perverso.

La reazione che dagli USA è scaturita a quell’attacco era ed è comprensibile, ma a distanza di 10 anni è doveroso chiedersi quali esiti se ne sono avuti.

Certamente la nazione americana ha trovato forza ed energie per rafforzare il proprio spirito di coesione. E poiché la minaccia e la folle sfida di quegli attentati non erano dirette solo agli USA ma a tutto il mondo occidentale, quegli eventi hanno portato numerosi Paesi a rinsaldare i propri legami per combattere insieme quel comune nemico.

Gli sforzi militari in Iraq e Afghanistan intrapresi per “estirpare il male” hanno avuto però esiti poco lusinghieri: 10 anni di guerre non hanno sradicato le numerose cellule che alimentano il terrorismo internazionale di matrice islamica e pure la recente uccisione di Osama Bin Laden (per altro ritrovato in Pakistan e non in Afghanistan, dove si riteneva si nascondesse) non chiude la partita sul fronte di Al Qaeda.

È quindi utile cogliere l’occasione offerta dal decimo anniversario di quel triste giorno non solo per ricordare quei fatti e quelle vittime (che ci fanno tornare alla mente il “dove eravamo”), ma anche interrogarsi sul “dove siamo” e soprattutto sul “dove saremo” a seguito delle scelte politiche e culturali intraprese: cosa ci riserva il futuro?

Il mondo in questo momento si trova in balia della peggiore crisi economico finanziaria conosciuta dalla grande depressione del 1929. Tale contesto è scaturito dal crollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008. Non trovo forzato sostenere che il crollo della grande banca americana nel 2008 abbia provocato a seguire uno sconquasso nella vita delle persone comuni ben superiore al crollo delle torri gemelle del 2001. Il rischio che corriamo è quello di trascinare lungamente gli effetti di questa crisi.

Contemporaneamente alla crisi economica assistiamo ad un’onda di profondi cambiamenti politici che stanno interessando diversi Paesi arabi, prevalentemente del mediterraneo. Questi eventi hanno probabilmente una profonda origine legata all’11 settembre: quanto si è mosso ed è cambiato – anche nei rapporti politici con i Paesi oggi interessati dai profondi mutamenti – ha provocato un’onda lunga che sta infrangendosi su regimi e sistemi ormai sclerotizzati ed inadeguati al “nuovo mondo”. Ma oggi non è chiaro se i cambiamenti in corso porteranno a nuove radicalizzazioni oppure ad aperture e conciliazioni.

Facciamo un passo indietro. La tragedia di quel giorno e delle successive vicende collegate è aggravata dalla pretesa degli uomini di Al Qaeda di agire in nome di Dio. Non ci si può non interrogare su cosa muova tanto odio e perché ci si copra dietro il divino per giustificare il proprio agire.

Ho la profonda convinzione che quanto accaduto 10 ani fa negli USA e le conseguenti guerre in oriente, abbiano una genesi ben più vicina a casa nostra di quanto normalmente si ritenga. La forzatura politico-terroristica-militare che uomini dichiaratamente islamici hanno messo in atto contro il “mondo degli infedeli” ha la sua culla sulle sponde del mediterraneo: la storica contrapposizione tra arabi ed israeliani ha consentito e gruppi organizzati di strumentalizzare quel conflitto per giustificare azioni disumane.

In questi 10 anni, purtroppo, la comunità internazionale ha speso troppe poche energie per ricercare una soluzione definiva al conflitto israleo-palestinese, lasciando che le lacerazioni culturali e politiche tra due pezzi di mondo continuino ad essere alimentate. La benzina che muove la macchina del terrore viene prodotta a poca distanza dal nostro Paese, sulle rive del nostro stesso mare, nella terra che tutte e tre le grandi religioni monoteiste considerano santa. Uno scandalo, a ben guardare.

Ecco, è lì che “dovremo essere” se vogliamo che il mondo viva un futuro più sereno, di maggiore pace. C’è bisogno che i riflettori vengano puntati su quanto accade alle terre che stanno intorno alla “città delle città”, a Gerusalemme. E c’è bisogno che quella situazione umana e politica trovi una equa e giusta soluzione.

Ma quand’anche si giungesse ad una concordia, le vicende economiche e finanziarie del pianeta ne sarebbero interessate? In altre parole: l’11 settembre 2001 ha provocato il 15 settembre 2008 oppure si tratta di 2 eventi indipendenti? E quindi: un conciliazione tra mondi oggi in guerra aiuterebbe una stabilizzazione economica?

È rispondendo anche a queste domande, che l’anniversario dell’11 settembre 2001 ed il ricordo delle vittime ci consente di fare, che potremo dirci dove e come saremo in futuro.