Manovra d’estate: le preoccupazioni di un Amministratore

La situazione economico-finanziaria del nostro Paese è cosa nota. Ormai da lungo tempo l’Italia, come molti altri Stati occidentali, fatica ad innestare una marcia adeguata a macinare sviluppo e crescita che garantirebbero migliori condizioni di vita (lavoro, redditi, consumi, utili, tassazione…) e sostenibilità della finanza pubblica, il tutto in un quadro di equità sociale e fiscale. Non è così da molto tempo, purtroppo.

Il Governo, per far fronte al repentino recente acuirsi della crisi (che in questi ultimi 3 anni ha negato e non ha saputo affrontare adeguatamente, raccontandoci che l’Italia era messa meglio degli altri Stati e che dovevamo solo far passare la tempesta…), ha partorito un decreto legge (i contenuti in sintesi qui) che contiene una manovra economica sicuramente consistente nella dimensione, ma certamente scarsa dal punto di vista della strutturalità degli effetti, alquanto iniqua, incapace di coniugare bene il necessario rigore con l’esigenza di sviluppo.

Va riconosciuto lo sforzo di aver messo finalmente mano ad un ridimensionamento dei costi dell’apparato istituzionale dello Stato; ma non parliamo di diminuzione dei “costi della politica”, perché quelli – quelli davvero superflui che meglio andrebbero chiamati “i privilegi di certa politica” – non sono stati toccati. E anche sui tagli delle oltre 50.000 poltrone che si otterrebbe con l’eliminazione dei piccoli Comuni, si badi che – ancorché necessario procedere agli accorpamenti per razionalizzare l’offerta dei servizi – il risparmio che si genererà dal non pagare più il gettone di presenza ai Consiglieri comunali e l’indennità ai Sindaci ed Assessori di quei minuscoli Comuni è alquanto esiguo poiché quegli Amministratori percepiscono cifre ridicole per il loro servizio, nell’ordine di qualche decina di euro al mese… (Val la pena, per schiarirsi le idee e non farsi facili illusioni, leggersi l’intervento di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella di quest’oggi sul Corriere, che commentano i contenuti del decreto riferiti ai tagli ai “costi della politica”).

Valuto positivamente la decisione di aver dato il là ad una serie di liberalizzazioni di servizi e professioni, ma dico anche che si poteva essere più determinati e ampliare questo ambito che contribuirebbe, in parte, a generare crescita.

Questa manovra forse – la prudenza non è mai troppa… – consentirà all’Italia di vedere raggiunto nel 2013 il pareggio del bilancio dello Stato; ma le altre misure contengono un potenziale deflagratorio decisamente nocivo per la qualità della vita delle persone e per la crescita economica e quindi lo sviluppo del Paese.

Ci son 4 questioni o mal gestite o del tutto non affrontate in questa manovra, che la rendono debole, pericolosamente recessiva e con il fiato corto. Vado con ordine.

1. Il primo aspetto riguarda i tagli imposti a Regioni, Province e Comuni, che tradotto significa il taglio che si produrrà ai servizi offerti ai cittadini. Il Decreto 78 dello scorso anno, il Decreto 98 di luglio e questo Decreto hanno portato i tagli agli Enti Locali ad un livello abominevole, insostenibile:

  • 2011: 6,3 miliari di euro di taglio ai trasferimenti;
  • 2012: 14,5 miliari di euro di taglio ai trasferimenti (di cui 6 aggiunti con il nuovo Decreto);
  • 2013: 14,7 miliari di euro di taglio ai trasferimenti (di cui 3,5 aggiunti con il nuovo Decreto);
  • 2014: 14,9 miliari di euro di taglio ai trasferimenti.

In totale fanno 50,4 miliardi di euro di tagli operati in 4 anni ai danni di Regioni, Province, Comuni! 100.000 miliardi delle vecchie lire!!! Pazzesco! È chiaro a tutti (come è stato ampiamente argomentato da Sindaci, Presidenti e Governatori sia di centrodestra che di centrosinistra) che in tali condizioni non si possono più garantire i servizi ai cittadini: asili nido, assistenza scolastica, servizi sociali, ecc. Tutto diventa più drammatico. L’unica chance che ci è data è quella della leva fiscale, dell’aumento delle addizionali IRPEF, delle tariffe dei servizi, ecc. Il che significa che comunque è il cittadino e la famiglia a rimetterci: o avendo meno servizi di quanto ne avesse prima, o pagando di più per avere gli stessi servizi di prima.

La sproporzione rispetto ai tagli imposti ai Ministeri è di tutta evidenza: le Regioni incidono per poco più del 16% sula spesa dello Stato, Province e Comuni ancora di meno; ma i tagli della manovra si sono abbattuti fifty-fifty su Ministeri ed Enti Locali.

2. Il secondo aspetto riguarda una questione capitale per il futuro del Paese: l’equità e la giustizia intergenerazionale; si tratta del sistema pensionistico dell’Italia che, per il veto della Lega, non è stato toccato dal Decreto. Si badi che non si tratta di tagliare gli assegni pensionistici ai poveri vecchietti, ma di aver perduto l’occasione di ristabilire un equilibrio circa la direzione nella quale l’Italia si vuole muovere: stante la scarsità di risorse disponibili, vogliamo stare vicino a chi ha lavorato una vita pagando i contributi per la pensione e garantendo loro un futuro degno, nella consapevolezza che la maggior parte del loro percorso di vita è stato fatto, oppure vogliamo stare vicino a chi si è da poco messo a lavorare, ha una famiglia da creare e crescere, un mutuo da accollarsi, un Paese da far ripartire, un futuro di vita ancora tutto davanti a sé? Già, perché non aver toccato le pensioni (posticipando l’età del pensionamento per chi è ancora in servizio e – a mio parere – intervenendo sui diritti acquisiti ove questi siano straordinariamente “fuori misura” rispetto ai costi del sistema pensionistico) significa non aver voluto riequilibrare con equità la sproporzione circa la “sete di futuro” che hanno i giovani e i vecchi di questa nostra Italia. Per Confindustria l’intervento sulle pensioni di anzianità potrebbe valere 7 miliardi di euro in 2 anni.

3. Il terzo aspetto riguarda l’equità del peso che viene posto sui cittadini da questa manovra aggiuntiva: a pagare sono sempre gli stessi, quelli che già pagano e non possono evadere il fisco. Quelli che evadono, infatti, in genere non hanno neppure bisogno dei servizi erogati dagli Enti Locali. La scelta di operare con un “contributo di solidarietà” sui redditi medio-alti non mi convince fino in fondo. Infatti il numero di contribuenti che sarebbe assoggettato da questo contributo è alquanto eseguo ed il gettito che ne deriverebbe non è particolarmente significativo. Su tale fronte si poteva e si può fare di più. Una soluzione sarebbe data dalla tassa patrimoniale,  rilanciata oggi anche da Montezemolo, che gravando sui patrimoni accumulati colpirebbe tutta la ricchezza, anche quella evasa nel tempo al fisco ma accumulata. La patrimoniale potrebbe essere applicata anche solo su patrimoni sopra una certa soglia, senza andare a colpire i piccoli risparmiatori. Oppure si potrebbe agire sull’IVA, incrementandola anche di un solo punto percentuale: il gettito che ne deriverebbe (circa 8 miliardi di euro) compenserebbe parte dei tagli, parte della cancellazione delle agevolazioni fiscali (deduzioni e detrazioni sono pressoché scomparse) e il contributo di solidarietà. È vero che un intervento simile peserebbe sui consumi direttamente, ma è anche vero che dove altrove la misura è stata adottata (Germania, per esempio) non si sono avuti effetti depressivi della domanda, ma al contrario – non avendo toccato i redditi – i consumi sono ripartiti. C’è anche la proposta avanzata dal Segretario del PD Bersani che sostiene il prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e “scudati”, 15 miliardi di euro (questi signori evasori, grazie allo “scudo fiscale”, hanno pagato solo il 5% di tassazione sui capitali rientrati in Italia; se ora gli si applica un 10% una tantum ulteriore, lo Stato porta a casa un miliardo e mezzo di euro e a loro va ancora bene perché hanno pagato un niente rispetto a quanto hanno rubato…): questo intervento rappresenterebbe una misura di maggiore giustizia ed equità.

4. Il quarto aspetto riguarda la lotta all’evasione fiscale, troppo debolmente trattata nel Decreto. E in un Paese dove si conta che ogni anno sfuggano al fisco 270 miliardi di euro di redditi non dichiarati, la cosa è grave! Da questo buco nero va cavato di più per ridurre il peso delle altre voci della manovra.

Un Amministratore locale, un Sindaco, non può non essere inquieto e tormentato dagli effetti che questa manovra avrà sulla sua gente, perché – come ho tentato di spiegare – è sulla gente comune (quella onesta, che lavora, che paga le tasse) che si scaricherà il peso di questa manovra: tagli alle agevolazioni fiscali, tagli ai servizi o in alternativa aumento dei balzelli. Se questa manovra porterà la gente comune a spendere meno ciò comporterà – in ultima istanza – che ci saranno altri posti di lavoro a rischio. E anche questa sarebbe una grande preoccupazione per chi amministra le città.

Voglio augurarmi ed augurare all’Italia che in Parlamento ci sia davvero un confronto nel merito sulle proposte del Governo contenute nel Decreto e su quanto l’opposizione vorrà controproporre (qui le proposte del PD). La manovra va fatta, non c’è dubbio. Ma va certamente migliorata. Per il bene del Paese, per il bene della nostra gente e del futuro di ciascuno di noi.

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Eugenio

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